Il libro si interroga sul destino e sulle metamorfosi della virtù nella letteratura italiana tra Sette e Ottocento, prendendo in esame tre casi significativi: Cesarotti, Alfieri e Foscolo. A partire dal nodo fondamentale del sacrificio della virtù, inteso sia come sconfitta e martirio sia come ritiro e ripiegamento nella sfera privata, il volume mette in luce l’instabilità e la complessità del nesso virtù-felicità nel lungo Settecento. Sullo sfondo il contesto politico di quegli anni, prima e dopo la Rivoluzione. Diverse per generi e forme, le opere esaminate sono tutte riconducibili a pieno titolo ai codici, antichi e al tempo stesso nuovi, del discorso morale: il Prometeo di Cesarotti e le sue traduzioni da Voltaire; la Congiura de’ Pazzi, il Don Garzia, L’Etruria vendicata di Alfieri; le sofferte meditazioni di Jacopo nell’Ortis. La loro lettura consente di mettere a fuoco l’ambivalenza del concetto di virtù, fino alla sua inattualità e dissoluzione.