La leggenda di Padmavati, la «donna del loto divino», sembra aleggiare ancor oggi sulle antiche fortezze e i paesaggi aspri del Rajasthan: bardi e cantastorie girovaghi se ne impadronirono negli stessi anni della tragica caduta di Cittor (1303), la città «madre degli hindu», stretta d’assedio dal sultano musulmano Alauddin. In breve, l’intera India del Nord conobbe la celestiale bellezza della principessa di Siṃhal e si commosse per la sua struggente storia d’amore col sovrano raj’put Ratan’sen. Due secoli dopo, proprio da questa leggenda il grande poeta sufi Malik Muhammad “Jayasi” trasse lo spunto per uno dei capolavori delle letterature indiane – e mondiali – di ogni tempo. Sostenuto da una spiritualità radicata nella profondità dell’animo, Jayasi trasforma i drammatici elementi della storia tradizionale in un affresco immenso, in cui l’ascesi si sublima in unione d’amore e la vita umana, metafora di se stessa, giunge a perfezione nel mondo. Vi trova posto tutta la luminosa civiltà hindu-musulmana del tempo: i segreti dei templi e i piaceri d’amore, gli splendori delle corti e la nudità dell’ascesi, i gesti della quotidianità e le glorie delle battaglie. Tradotto per la prima volta in una lingua occidentale dopo le più recenti revisioni del testo, e ora presentato in un’edizione ampliata nell’apparato critico, il Padmâvat è l’esempio unico dei tesori tuttora celati nelle letterature dell’India.