È difficile trovare fasi della nostra storia così conflittuali, anche nella memoria, come la guerra civile che ha visto fronteggiarsi tra il 1943 e il 1945 gli irriducibili del fascismo e i partigiani, i «ribelli dell’Onore» e i «ribelli della Libertà». La lacerazione consumatasi in quegli anni si è perpetuata ben oltre la rinascita democratica. Non solo per le ferite - mai davvero rimarginatesi - riportate dai reduci degli opposti fronti, ma anche per la mancata elaborazione di una memoria condivisa della Lotta di Liberazione, pur se elevata a evento-mito fondativo dell’identità repubblicana.
È da questa premessa che Roberto Chiarini muove per illustrare la storia della Repubblica di Salò.
Del suo esercito dissanguato dalle continue diserzioni e delle sue formazioni di volontari decisi a tutto.
Della sua pretesa di fungere da «scudo» contro l’occupante nazista e della sua determinazione a essere una «spada» contro i partigiani. Della sua velleità di attuare una «rivoluzione sociale» e della sua responsabilità di esercitare una violenza sanguinaria, in particolare contro gli ebrei. L’autore affronta anche
il tema cruciale della memoria divisa che di quegli anni hanno elaborato nostalgici e antifascisti e del conseguente impatto da essa esercitato sulla vita della Repubblica.
L’indagine è stata condotta senza lasciar spazio a facili amnesie e senza indulgere ad acrimoniosi risentimenti di parte, senza concedere colpevoli sconti e senza emettere sbrigative sentenze.
Nulla del «politicamente corretto» difeso dagli opposti fronti, solo una riflessione che rifugge dai soliti schemi.